DOPO AVER MALEDETTO
17 novembre 2024, XXXIII PER ANNUM B
(Dn 12,1-3; Sal 16/15; Eb 10,11-14.18; Mc 13,24-32)
Dalla pianta del fico imparate la parabola… (Mc 13,28)
Dopo aver maledetto una pianta di fico per la sua sterilità (Mc 11,12-14), Gesù ne indicò un’altra per la sua fecondità.
Il giorno dopo il suo ingresso trionfale in Gerusalemme (Mc 11,1-10), Gesù era uscito da Betania con i suoi discepoli ed ebbe fame.
Vide un albero di fichi che aveva delle foglie e si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualcosa.
Ma c’erano solo foglie.
A difesa di quell’incolpevole pianta, che nel giro di un giorno si seccò fin dalle radici (Mc 11,20), bisogna dire (e l’evangelo non lo nasconde) che non era la stagione dei frutti.
Gesù sacrificò quel povero albero per indicarne ai discepoli un altro che avrebbe dovuto dare frutti dodici mesi l’anno (Ez 47,12) e invece era diventato un covo di ladri.
Infatti, subito dopo avere maledetto il fico, entrò nel tempio e si mise a scacciare quelli che compravano e vendevano e che, come aveva profetizzato Geremia sei secoli prima, avevano trasformato una casa di preghiera in un luogo di malaffare (Mc 11,15-17; Ger 7,11).
La tentazione di estromettere Dio dalla sua casa non è solo il peccato di scribi e farisei contemporanei di Gesù, ma la tentazione perenne dell’essere umano, di chi si serve di Dio invece di servirlo e lo usa per il proprio interesse.
La Scrittura conosce un altro albero che fece la stessa fine del povero fico di Gerusalemme. Questa storia riguarda il più strano dei profeti, quel tragico buffone di Giona, come lo definisce Andrè Neher.
La sua missione profetica nella città pagana di Ninive aveva ottenuto un successo clamoroso. In meno di tre giorni, tutti, uomini e animali, si erano convertiti, con grande disappunto di Giona che si ritirò sulla collina che sovrastava la città, pieno di risentimento.
Non riusciva a tollerare di essere al servizio di un Dio troppo misericordioso e sempre disposto a cambiare idea.
Sulla collina trovò un po’ di sollievo quando il Signore fece crescere una pianta di ricino che gli offrì la sua ombra.
Ma di notte Dio mandò un verme a rodere la pianta e questa si seccò.
Poi venne il sole implacabile del deserto e un afoso vento d’oriente e il povero Giona si sentì venire meno e chiese a Dio di farlo morire per avere perduto quel po’ di ombra che la pianta gli offriva. Allora il Signore si rivolse a Giona e gli chiese: Tu hai pietà di una stupida pianta per cui non hai fatto alcuna fatica, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita. E io non dovrei avere pietà per Ninive e i suoi abitanti che non sanno distinguere la destra e la sinistra? (Gio 1-4).
Ma nell’evangelo di Marco a un albero maledetto ne corrisponde uno benedetto.
Gesù ne parla raccontando una parabola e invitando i discepoli a imparare dalla silenziosa lezione di una pianta di fico.
Quando il ramo si fa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina.
Ma per accorgersi di questo piccolo, naturale miracolo, è necessario uno sguardo che vada oltre l’apparenza (1Sam 16,7).
I segni del Regno di Dio che si è fatto vicino (Mc 1,15) si possono scorgere solo in ciò che è piccolo e marginale, in dettagli insignificanti che nessuno nota.
Come le due monetine di una povera vedova (Mc 12,41-44), o il ramo di un albero che in primavera si fa tenero.
Ma i discepoli avevano occhi che non vedevano (Mc 8,18) e si lasciavano incantare piuttosto dalla rumorosa e generosa donazione dei ricchi, o dalle belle pietre del tempio e dall’imponenza della sua costruzione (Mc 13,1).
Una pianta di fico aveva dato una lezione sulla tragica fine di tutto ciò che è umano.
Il sole si oscurerà e la luna e le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.
Ma un’altra pianta di fico aveva dato una lezione sulla speranza.
Ne aveva parlato anche Isaia, il principe dei profeti: La terra si logorerà come un vestito, ma la Sua salvezza durerà per sempre (Is 51,6).
Speranza che Gesù confermò sei secoli dopo quando disse ai discepoli: I cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
Di questa speranza è testimone anche una pianta che si trova nel libro del profeta Geremia. Quando il Signore lo chiamò, strappandolo dalla condizione di adolescente per trasformarlo in un guerriero contro tutto il paese, gli indicò un albero e gli chiese: Che cosa vedi, Geremia? Rispose: Vedo un ramo di mandorlo (šâqed). Il Signore soggiunse: Hai visto bene, poiché io vigilo (šoqed) sulla mia parola per realizzarla (Ger 1,11-13.18-19).
Il Signore vigila sulla sua parola per realizzarla, ma per accorgersene è necessario un altro punto di vista, altri occhi, come quelli che Gesù aveva restituito al cieco Bartimeo mentre attraversava la città di Gerico prima di salire a Gerusalemme (Mc 10,51-52).
Ma i discepoli erano ancora troppo presi da se stessi e accecati dai loro sogni di gloria per scorgere i segni dell’estate ormai vicina nei drammatici eventi di quei giorni.
Infatti quando Gesù fu arrestato essi non scorsero i segni del compimento, ma quelli del fallimento (Mc 14,46).
Erano giorni d’inizio primavera, ma per loro quella notte scese l’inverno.
Tuttavia ci fu chi si avvicinò all’albero della croce e, senza conoscere la parabola della pianta di fico, comprese che stava per accadere qualcosa che avrebbe segnato per sempre la storia umana.
Il centurione che stava sotto la croce (Mc 15,39) e uno dei due delinquenti crocefissi accanto a Gesù (Lc 23,40-43), videro scorrere la linfa in quel legno secco e sterile.
E nel silenzio di quell’uomo che moriva, udirono parole che non passano, parole di vita eterna (Gv 6,68).
Il Maharal di Praga insegna a proposito dell’uomo che egli paragona senza posa all’albero. La metafora è luminosa perché illumina la condizione dell’uomo, la sua vocazione, la sua finalità; ma è una metafora incompleta, almeno in un punto: L’uomo è certamente un albero (Dt 20,19), ma un albero capovolto perché ha le sue radici in cielo.
(André Neher)