ALLA DISPERAZIONE DI UN POPOLO
1° dicembre 2024, I Avvento C
(Ger 33,14-16; Sl 25/24; 1Ts 3,12-4,2; Lc 21,25-28.34-36)
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo… (Lc 21,28)
Alla disperazione di un popolo che pensa di non averne più di giorni, Geremia contrappone una parola di speranza: Ecco verranno giorni…
A una città trasformata in deserto dai soldati di Nabucodonosor, il profeta parla di germogli e annuncia, in pieno inverno, l’arrivo della primavera.
Geremia era ancora rinchiuso nell’atrio della prigione quando la voce del Signore gli fu rivolta una seconda volta: Invocami, e io ti risponderò e ti annuncerò le cose grandi e inaccessibili, che tu non conosci (Ger 33,1-3).
Le cose grandi che Dio rivelò al suo profeta furono piccoli segni quotidiani, realtà a portata di mano.
In un mondo di potenti che sfoderano le loro spade e levano in alto i loro vessilli, e di sapienti che non smettono di parlare, Dio sceglie il piccolo popolo di Israele, dalle dimensioni proporzionate alla sua piccola Gerusalemme, con il suo piccolo re Davide coronato di giustizia (Andrè Neher).
Sceglie un profeta bambino che non sa parlare e neppure vorrebbe farlo (Ger 1,6).
Nella piccola e oscura cella dove Geremia è stato rinchiuso la Parola divina risuona.
È finito il tempo del silenzio di Dio.
L’uomo grida e Dio risponde.
Nel cortile del tempio, non lontano dal luogo dove seicento anni prima Geremia era tenuto prigioniero, i discepoli chiesero a Gesù quando queste cose sarebbero accadute e quali segni le avrebbero annunciate.
La cosa che doveva accadere e aveva spaventato i discepoli era la distruzione del tempio, di cui, stando alle parole di Gesù, non sarebbe rimasta in piedi nemmeno una pietra.
Gesù non aveva risposto alla domanda dei discepoli, ma si era limitato a metterli in guardia: Badate di non lasciarvi ingannare (Lc 21,6-7).
Nei giorni che avevano preceduto la distruzione di Gerusalemme del 587, gli abitanti della città si erano lasciati ingannare da sedicenti profeti che conquistavano il favore del popolo limitandosi a dire ciò che il popolo voleva sentirsi dire: Andrà tutto bene!
Mentre Geremia giaceva nella cella di una prigione, falsi profeti senza autorità, né dignità, vendevano illusioni, spacciandole per speranze.
La storia di Geremia ci insegna a distinguere un profeta da un ciarlatano, un uomo al servizio di Dio da un uomo che si serve di Dio per il proprio interesse.
Ogni volta che i profeti di corte anestetizzavano il popolo con parole consolatorie, Geremia gridava: Terrore!
E ogni volta che questi annunciavano sventure, Geremia incoraggiava e consolava.
Il profeta che parla in nome di Dio offre sempre una prospettiva rovesciata rispetto alla logica comune e al buon senso.
Geremia scorge la guarigione guardando dentro la ferita, trova motivi di gioia nel mezzo dell’angoscia e, tra le macerie di una città distrutta, parla di una città ripopolata.
Dentro la piccola cella dov’era stato rinchiuso, Geremia fece un sogno che gli portò in dono un dolce risveglio (Ger 31,26).
Il suo sogno sarebbe stato utopico e alienante come le parole dei falsi profeti, se Dio non l’avesse condiviso con lui.
Ecco verranno giorni nei quali si udranno ancora nelle città di Giuda e nelle strade di Gerusalemme, il canto della gioia e dell’allegria, il canto della sposa. Vi saranno ancora pascoli dove i pastori faranno riposare le greggi e nei dintorni di Gerusalemme e nelle città di Giuda passeranno ancora le pecore sotto la mano di chi le conta (Ger 33,10-13).
Come Geremia, anche Gesù vede l’inizio là dove tutto sembra annunciare la fine.
Nel cuore della morte, parla di vita.
In fondo all’abisso, la cima di una montagna.
La sua morte in croce parve ai discepoli una tragica smentita dell’evangelo della buona notizia.
Sul Golgota il regno di Dio che doveva essere vicino, s’era fatto lontanissimo.
Il tempio, con le sue belle pietre, sembrava destinato a durare per sempre, ma della vita di Gesù, di ciò che aveva fatto e delle parole che aveva detto, cosa sarebbe rimasto?
Nessuno dei discepoli salì sul Golgota perché tutti l’avevano abbandonato ed erano fuggiti (Mc 14,50).
Si chiusero in se stessi invece di risollevarsi, piegarono il capo invece di alzarlo verso colui che era stato trafitto (Gv 19,37).
Voltarono le spalle a Gesù quando la liberazione era ormai vicina.
In cella Geremia fu sostenuto dalla speranza ostinata della sua umile preghiera.
In croce Gesù fu sostenuto dalla speranza ostinata della sua umile fiducia.
Padre nelle tue mani consegno il mio spirito. Detto questo, spirò (Lc 23.46).
Liberò lo spirito, alzò il capo, spiegò le sue grandi braccia come ali e spiccò il volo.
La liturgia del tempo d’Avvento inizia dalla fine.
Il grido di un uomo che muore diventa il grido di un bambino che nasce.
Nei giorni più oscuri dell’anno, si accende una piccola luce.
Trent’anni prima, non molto lontano da Gerusalemme, alcuni pastori che pernottavano all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge (Lc 2,8).
Uomini che vegliano.
Come Geremia, il giovane profeta, nella cella di una prigione.
Come la madre e il padre di un bambino che dorme tranquillo in una mangiatoia.
Come i pastori, che non avrebbero visto la luce se fossero stati al sicuro dentro le loro case, dentro le mura di una città.
E non avrebbero udito la voce degli angeli se avessero creduto solo alle parole degli uomini.
E non si sarebbero mossi se i loro cuori fossero stati appesantiti dagli affanni della vita.
Invece vegliavano e videro la liberazione vicina.
Allora si risollevarono, alzarono il capo e si misero in cammino per cercare un bambino, avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia (Lc 2,16).
Dal profondo di sé l'asceta, anche nel tumulto del giorno, vede la bellezza del cielo stellato.
(Pavel Florenskij)