CHE COSA DOBBIAMO FARE?
15 dicembre 2024, III AVVENTO C
(Sof 3,14-17; Is 12,2-6; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18)
Maestro, che cosa dobbiamo fare? (Lc 3,12)
Che cosa dobbiamo fare? chiedevano le folle a Giovanni, il profeta che ha conosciuto lo spazio sconfinato del deserto e quello ristretto di una cella.
La riposta esatta a questa domanda gli venne dal Golgota, dove il Signore che egli aveva annunciato, il Messia venuto a battezzare in Spirito Santo e fuoco, fu crocefisso.
Ovviamente Giovanni non poteva esserci sotto la croce, la vigilia della festa di Pasqua dell’anno 30, per il semplice motivo che era già morto (Mt 14,1-12; Mc 6,14-29).
Ma l’iconografia tradizionale che, come il Quarto Evangelo, racconta l’altra verità, quella più vera del vero, più reale dei fatti realmente accaduti, lo ritrae proprio là.
In piedi, con un piccolo agnello ai suoi piedi e il dito indice della mano destra puntato verso l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29).
Con il semplice gesto della mano, senza bisogno di parlare, dice che cosa dobbiamo fare.
La liturgia del tempo d’Avvento dà grande risalto a Giovanni Battista, il profeta che sta sul crinale tra l’Antica e la Nuova Alleanza, il testimone fedele che percorreva tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione, che preparava la via del Signore e raddrizzava i suoi sentieri (Mc 1,3).
Giovanni non iniziò da Gerusalemme, dov’era sommo sacerdote Caifa sostenuto dal suocero Anna.
Non attraversò le città principali della Galilea, dell’Iturea, della Traconitide e dell’Abilene, dove risiedevano i tetrarchi Erode Antipa, Filippo e Lisania.
Non si recò a Cesarea Marittima sede del governatore Ponzio Pilato, e da lì non s’imbarcò per raggiungere Roma, capitale dell’impero di Tiberio Cesare.
Giovanni, anche se era di famiglia sacerdotale e aveva tutti i diritti di officiare nel Tempio di Gerusalemme come suo padre Zaccaria (Lc 1,8-9), voltò le spalle alla città e scese verso la regione del Giordano e cominciò a percorrerla predicando un battesimo di conversione (Lc 3,1-3).
È probabile che all’inizio, prima che la sua voce varcasse i monti della Giudea e arrivasse dentro le mura di Gerusalemme, non ci fosse nessuno ad ascoltarlo se non qualche animale selvatico.
Giovanni Battista iniziò dal deserto, come Elia (1Re 17,2-5) e, come Elia, si lasciò condurre dalla Parola che venne su di lui (Lc 3,2).
La scelta di iniziare da una zona disabitata e marginale sembra assai infelice se analizzata con le nostre categorie mentali ossessionate dal numero di followers e like.
Ma i pensieri di Dio raramente coincidono con i nostri e le sue vie non seguono quelle tracciate dal nostro buon senso (Is 55,8).
Mentre tutto il mondo guarda dalla stessa parte, dentro palazzi dove i potenti decidono le sorti di uomini e donne, Dio fa scendere la Sua parola altrove, in luoghi periferici abitati da uomini insignificanti.
Nelle città create dagli uomini non c’è spazio per questa parola.
Il deserto è il luogo dove il Signore conduce gli uomini che ha scelto e parla al loro cuore (Os 2,16).
Che cosa dobbiamo fare? – chiedevano le folle al Battista (Lc 3,10-14).
Che cosa dobbiamo fare? – chiediamo anche noi, che pensiamo di meritarci un posto in paradiso a colpi di opere buone.
Invece la prima cosa da fare, sembra dirci Giovanni Battista con il dito puntato verso l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, non è un atto di volontà, ma un atto di umiltà.
Lui deve crescere e io diminuire (Gv 3,30).
L’opera buona è quella del Figlio dell’uomo che il Padre non ha mandato per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui (Gv 3,17).
L’opera buona è quella del Figlio dell’uomo che guarì molti da malattie, da infermità e da spiriti cattivi e annunciò ai poveri la buona novella (Lc 7,21-22).
Quando era in carcere Giovanni Battista dubitò di Gesù (Lc 7,18-23) e sentì l’urgenza di avere una risposta a quella domanda che le folle nel deserto avevano rivolto a lui.
Che cosa devo fare?
Lui che avrebbe voluto bruciare la paglia con fuoco inestinguibile e prendersi cura solo del grano buono, non riusciva ad accettare un Messia che non gridava, non faceva udire in piazza la sua voce, che si pre-occupava di canne incrinate e stoppini dalla fiamma smorta (Is 42,2-3).
Per capire qualcosa del Messia, Giovanni Battista dovette, letteralmente, perdere la testa e cominciare a guardare la sua storia e quella di Gesù con altri occhi che non erano i suoi (Mc 6,17-29).
Con il dito indice puntato verso l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, Giovanni Battista, senza bisogno di alzare la voce, continua a ripetere che la prima cosa da fare è volgere lo sguardo a colui che è stato trafitto (Gv 19,36).
Gesù è la via (Gv 14,6) e solo lui può indicarci la direzione da prendere per ritrovare la strada di casa (Lc 15,18).
I pittori e gli iconografi collocano Giovanni Battista sul Golgota, sotto la croce.
Con il loro falso storico raccontano la Verità.
Quando Gesù nacque a Betlemme, Giovanni aveva sei mesi, giorno più, giorno meno.
Non sappiamo se Zaccaria ed Elisabetta con il bambino avuto in vecchiaia si siano recati alla grotta.
Ma, come gli artisti lo collocano sul Golgota, così noi possiamo permetterci la libertà di immaginarlo presente a Betlemme.
In braccio a Elisabetta il piccolo Giovanni Battista alla vista di Gesù sussulta di gioia (Lc 1,44) e con l’indice della sua manina indica il Figlio di Dio che dorme tranquillo e sereno in braccio a sua madre (Sl 130,3).
Farsi discepoli di Gesù non significa solamente farsi scolari, vale a dire mettersi alla sua scuola per apprendere e memorizzare un insegnamento; significa piuttosto legarsi con tutto il proprio essere alla persona del maestro, prenderlo come guida, donargli il proprio spirito e il proprio cuore, vedere e vivere in virtù di lui, nutrirsi di lui, lasciarsi affascinare dalla verità che è in lui e lasciarsi investire dal suo amore, e in questo abitare.
(Donatien Mollat)