LA QUARTA BEATITUDINE
23 febbraio 2025, VII PER ANNUM C
(1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23; SI 103/102; 1Cor 15,45-49; Lc 6,27-38)

 

Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso (Lc 6,36)

 

La quarta beatitudine riportata dall’evangelista Luca prevede per il discepolo odio e rifiuto, insulti e disprezzo a causa del Figlio dell’uomo.
Subito dopo Gesù precisa come il discepolo è chiamato a comportarsi con chi ti odia e ti caccia via, con chi ti insulta e ti disprezza.

 

Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono e pregate per coloro che vi trattano male.

 

Parole che rischiano di aumentare i sensi di colpa se dimentichiamo che al cuore del discorso di Gesù c’è il Padre che è nei cieli.
L’evangelo del Regno, è la buona notizia che Dio con la sua misericordia si è fatto vicino a noi che spesso ci comportiamo da nemici nei suoi confronti, che lo emarginiamo dal nostro quotidiano, che lo insultiamo e disprezziamo.

 

Nonostante questo, come dice il salmo, il Signore non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe, ma continua a perdonarci, e a guarire tutte le nostre infermità (Sl 103,3.10).
Solo se facciamo esperienza della misericordia del Padre possiamo cercare di essere misericordiosi come il Padre, dove il come indica un desiderio imperfetto più che una perfetta corrispondenza.

 

La perfezione cristiana consiste nel rendersi conto di non poterla raggiungere mai. (Gregorio di Nissa, Vita di Mosè).

 

Paolo di Tarso, colonna della chiesa, ha vissuto questa esperienza e lo testimonia in una lettera all’amico Timoteo: Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia, mettendo al suo servizio me che prima ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede… (1Tm 1,12-13).

 

L’umiltà di riconoscere a propria ignoranza è il primo passo sulla via della misericordia. 

 

Con le nostre forze, con la nostra buona volontà riusciamo a fare, quando va bene, quello che anche i peccatori fanno. Ma la giustizia del Regno che si è fatto vicino oltrepassa la logica del buon senso e dell’equilibrio.
È una giustizia squilibrata, come Dio rivelò a Mosè sul Sinai.

 

Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione (Es 34,6-7).

 

La giustizia di Dio ha un limite e si ferma alla terza e alla quarta generazione, ma la sua misericordia e senza limiti, è eterna come ripete ossessivamente ventisei volte il salmo 136.
Gesù ci insegna che Dio va amato con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze (Dt 6,5) e il prossimo come se stessi (Lc 10,27).
Ma per quanto riguarda il nemico, Gesù non precisa il come.

 

Davide poteva uccidere Saul, il re che lo cercava per ucciderlo, ma ha scelto di non stendere la mano sul consacrato del Signore. Limitandosi a togliergli la lancia e la brocca invece della vita l’ha aiutato a rientrare in se stesso e a fargli capire che quell’odio insensato lo stava divorando.

 

La grazia di Dio e quel particolare dono dello Spirito che è la fantasia possono suggerire le azioni da compiere o le parole da dire per ricucire uno strappo nel rapporto con il fratello.
Se l’altro rifiuta l’amore e il bene, la benedizione e il perdono che gli vengono offerti, non può opporsi alla forza della preghiera, e il Padre che vede nel segreto l’ascolta e per vie per noi impraticabili la fa giungere a destinazione (Mt 6,6).

 

Il desiderio di amare il nemico è già un atto di amore, come il desiderio di perdonare chi ci ha fatto del male e rifiuta il perdono è già un atto di perdono.
Anche il desiderio di amare Dio nonostante i nostri continui tradimenti è già un atto di amore che Egli accoglie, perché non ha mandato il Figlio nel mondo a chiamare i giusti ma i peccatori (Mc 2,17).
A voi che ascoltate, io dico… Così Gesù inizia il discorso ai discepoli, come a dire che prima di ogni azione c’è l’ascolto di una Parola che ha il potere di scavare una breccia nel nostro cuore indurito.
Per diventare figli dell’Altissimo è necessario ascoltare la Parola del Figlio dell’Altissimo (Lc 1,35), che passò beneficando e sanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo (At 1,38).
Tutti, amici e nemici, discepoli e avversari, come dimostrò nell’ora del compimento con il primo e l’ultimo dei suoi discepoli.

 

Si rivolse a Giuda che lo tradiva con un bacio chiamandolo amico (Mt 26,50).
Volse uno sguardo pieno di misericordia verso Simon Pietro che l’aveva appena rinnegato tre volte (Lc 22,54-62).
Nel cortile del Pretorio non si sottrasse ai colpi di chi lo frustava, né agli sputi e agli insulti dei soldati che lo deridevano (Mc 15,15-20).

 

Sul Golgota pregò il Padre di perdonare i suoi nemici perché – disse – non sanno quello che fanno (Lc 23,34).
Non reagì agli insulti dell’uomo crocifisso alla sua sinistra, e all’altro, quello crocifisso alla sua destra, garantì l’ingresso al paradiso (Lc 23,39-43).

 

Vedendo tutto questo, il centurione che stava sotto la croce riconobbe che Gesù aveva amato i suoi nemici e fatto del bene a quelli che l’avevano odiato, che aveva benedetto chi l’aveva maledetto e aveva pregato per chi l’aveva ucciso.
Per avere visto con i suoi occhi tutto questo egli diede gloria a Dio dicendo: Veramente quest’uomo era giusto (Lc 23,47).

 


Rabbi Meir si preparava a pregare per l’eliminazione dei suoi empi vicini, quando sua moglie Valeria, ricordando che il versetto del salmo (104,35) non evoca la perdizione degli empi, ma quella dell’empietà, gli raccomandò di pregare perché gli empi, sbarazzandosi della loro empietà, tornassero alla vita.
(Racconti dei Chassidim)