AI DISCPOLI GESÙ RACCONTÒ
2 marzo 2025, VIII PER ANNUM C
(Sir 27,4-7; SI 92/91; 1Cor 15,54-58; Lc 6,39-45)

 

Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto … (Lc 6,44)

 

Ai discepoli Gesù raccontò una parabola che è – se così si può dire – sotto il segno del due: due ciechi, un maestro e un discepolo, due fratelli che si guardano negli occhi, un albero buono e uno cattivo, frutti buoni e frutti cattivi, un uomo buono e uno cattivo.
Gesù non è venuto a innescare conflitti sociali, né per dividere il mondo in due, ma per ricomporre quella frattura che è dentro di noi, non esterna a noi, è venuto guarire il nostro cuore che è diviso, per liberarlo dai propositi di male che lo rendono impuro. È dal nostro cuore infatti che escono impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, calunnia, superbia, stoltezza (Mc 7,21-22).

 

Gesù non ha scelto discepoli perfetti e se ha chiesto loro di esserlo come il Padre, ha poi precisato che la perfezione di Dio si chiama misericordia (Mt 6,36; Es 34,6).
Un discepolo è autentico, non è ipocrita, quando cerca di essere misericordioso come il Padre, quando rimane alla scuola dell’unico Maestro, il Cristo (Mt 23,10), quando pone le fondamenta della propria casa sulla salda roccia della Parola di Dio (Lc 6,47-48).
Allora anche nella vecchiaia darà ancora frutti, sarà sano e rigoglioso, come dice il salmo (Sl 92,15).

 

Ma per appoggiare la nostra vita sulla salda roccia della misericordia divina e seguire il Maestro, camminando dietro a Lui e non davanti, è necessario riconoscere che il nostro cuore è diviso.

 

Solo dopo il riconoscimento della propria debolezza, con lo sguardo continuamente teso verso la grazia di Dio, da lì, poco a poco, si genera nell’uomo una certa spaziosità di cuore e una germinazione che fa nascere una gioia che sorge dall’interno, sebbene non abbia origine da lui (Isacco di Ninive, Seconda collezione 34,2-3).

 

Tutti i discepoli, prima o poi, sperimentano la caduta provocata dall’orgoglio e la possibilità di risorgere grazie all’umiltà.

 

Simon Pietro, dopo avere riconosciuto Gesù come il Cristo di Dio (Lc 9,20), si sentì in dovere di prenderlo e rimproverarlo, come se avesse a che fare con un bambino, perché aveva parlato del destino di morte che lo attendeva a Gerusalemme (Mt 16,22-23).
Dopo aver fatto la sua bella professione di fede davanti a molti testimoni (1Tm 6,12), Pietro da discepolo diventa un cattivo maestro, discepolo di satana.
La sua presunzione di vederci bene e di sapere che cosa fosse meglio per Gesù gli fece dimenticare che doveva camminare dietro il Maestro, seguendolo con umiltà anche senza comprendere.
Come Pietro anche gli altri discepoli non riuscivano a comprendere la via paradossale che il Padre aveva tracciato per il Figlio (Lc 9,45; 18,34).

 

Anche l’altra colonna della chiesa, Paolo di Tarso, aveva la pretesa di vederci bene quando assistette alla lapidazione di Stefano e in seguito iniziò a perseguitare la chiesa di Dio (At 8,1). Poi, sulla via di Damasco, il Signore lo rese cieco e in quei giorni di buio egli cominciò a vedere (At 8,1; 9,1-19).
Nel suo infinito viaggiare lungo le strade dell’impero non si stancava di ripetere nelle sue lettere che la fede non è sostenuta dalla sapienza umana, ma dallo scandalo e dalla stoltezza della croce. Ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini (1Cor 1,18-25).

 

Maria rimase discepola del Figlio sino alla fine e quando non comprendeva, custodiva nel cuore (Lc 2,19).
Nel Quarto Evangelo interviene solo una volta nella vita pubblica di Gesù e dice una sola parola: Qualsiasi cosa vi dica, fatela (Gv 2,5).
Alla fine, sul Golgota stava al suo posto, sotto la croce, in silenzio (Gv 19,25).
Per questo, obbedendo al Figlio, divenne non solo nostra madre, ma anche nostra maestra.

 

Se dovessimo valutare i frutti buoni dei discepoli dagli ultimi momenti della vita di Gesù dovremmo riconoscere con amarezza che il Signore aveva chiamato al suo servizio uomini ciechi e cattivi, egoisti e ipocriti.
Alberi cattivi che hanno prodotto frutti cattivi.

 

Nel Getzemani Gesù, entrato nella lotta, rimase solo e quando tornò dai discepoli li trovò che dormivano (Lc 22,45).
Poco dopo, quando fu arrestato, tutti lo abbandonarono e fuggirono (Mc 14,50).
Giuda lo tradì (Lc 22,47) e Pietro per tre volte giurò e spergiurò di non avere niente a che fare con Gesù di Nazareth (Lc 22,56-62).

 

Ma i discepoli non sono alberi cattivi, sono alberi malati ed è per questo che Gesù è venuto nel mondo, per guarirlo e salvarlo (Gv 3,17).

 

Guarì il cuore malato di Pietro, fissandolo con uno sguardo colmo di tenerezza (Lc 23,61).

 

E con una promessa solenne salvò la vita perduta dell’uomo crocefisso alla sua destra che chiedeva solo la grazia di un ricordo: In verità, io ti dico: oggi con me sarai nel Paradiso (Lc 23,40-43).
Dal cuore di un uomo che era stato cattivo – immaginiamo – per tutta la vita, Gesù seppe trarre fuori il bene.

 

Secondo la tradizione il soldato che con la lancia colpì il fianco di Gesù si chiamava Longino ed era cieco.
Un po’ del sangue che sgorgò dal cuore di Gesù gli cadde sugli occhi e subito recuperò la vista. Il suo colpo di lancia fu, letteralmente, un colpo di grazia.

 

Agli occhi del mondo la croce di Gesù è un albero secco e sterile che sembra produrre solo frutti di morte.
Ma, da quel pomeriggio, vigilia della festa di Pasqua, quell’albero cattivo, divenne fecondo, vegeto e rigoglioso.
Un albero che non smette di produrre frutti per la vita eterna. 

 


È in funzione del Cristo che è stato creato il cuore umano, immenso scrigno abbastanza vasto per contenere Dio stesso… L’occhio è stato creato per la luce, l’orecchio per i suoni, ogni cosa per il suo fine e il desiderio dell’anima per lanciarsi verso il Cristo.
(Nicola Cabasilas, La vita in Cristo)