POCO PRIMA DI TRASFIGURARSI
16 marzo 2025, II QUARESIMA C
(Gen 15,5-12.17-18; SI 27/26; Fil 3,7–4,1; Lc 9,28b-36)

 

Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia (Gen 15,6)

 

Poco prima di trasfigurarsi davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni, Gesù aveva promesso solennemente che alcuni tra i presenti, non sarebbero morti prima di avere visto il regno di Dio (Lc 9,27).

 

I tre che videro il Regno di Dio prima di morire furono Pietro, Giacomo e Giovanni che Gesù prese con sé e condusse sulla cima del monte e, nello stesso tempo, in fondo all’abisso del Mistero.

 

Anche ad altri, prima di morire, Dio aveva concesso la stessa grazia e lo stesso peso.
Abramo nel deserto sotto il cielo stellato e Giacobbe quando aveva sognato una scala che poggiava sulla terra mentre la sua cima raggiungeva il cielo (Gen 28,12).
Mosè davanti allo spettacolo di un roveto che bruciava senza consumarsi (Es 3,2-3), e il profeta Elia che all’ingresso della grotta percepì la presenza di Dio nella voce di un silenzio sottile (1Re 19,12).
Isaia nel tempio di Gerusalemme (Is 6,1) ed Ezechiele in esilio a Babilonia (Ez 1,4-5).

 

Chi ha la grazia di attraversare, per qualche istante, la breccia che introduce nel paradiso, immerso in una nube luminosa, non vorrebbe più tornare indietro.
Il Dio Biblico non è il motore immobile di Aristotele, ma il Creatore e Signore della storia, il Dio che ascolta il grido che sale a Lui dalla terra (Gen 4,10; Es 3,7), che parla con una voce di silenzio sottile, che ama tutto ciò che ha creato e che, per amore delle sue creature, è disposto a pentirsi e a ricredersi (Gio 3,10).
È l’Essere che è pienezza di Vita e per questo, nonostante la paura, Pietro dice: È bello per noi essere qui con Colui che è (Es 3,14).

 

Abramo visse questa esperienza quand’era molto vecchio e aveva tutti i motivi per dubitare di quel Dio che l’aveva strappato dalla sua terra e dalla sua gente (Gen 12,1-2).
Un Dio che continuava a promettere e a non mantenere.
Forse – si chiese – è tutto un sogno, uno scherzo della mente, un miraggio, una fantasia.
Ma quando il Signore gli chiese di uscire dalla tenda e di alzare gli occhi al cielo pieno di stelle, Abramo comprese che davanti al Mistero doveva smettere di tormentarsi con le domande e chinare il capo.
Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai creato,

che cosa è l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne curi? (Sl 8,4-5).
Abramo non ebbe da Dio altra garanzia che la sua parola e a questa parola, immerso nel buio della notte, per l’ennesima volta, decise di affidare la sua vita.
Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia
(Gen 15,6; Eb 11,12).

 

Pietro, Giacomo e Giovanni, immersi nella Nube della presenza di Dio, udirono la stessa voce che aveva parlato ad Abramo duemila anni prima.
Dio non chiese loro di compiere imprese impossibili, ma solo di ascoltare il Figlio, l’eletto, di fidarsi della sua Parola.
Questo è l’unico imperativo del credente (Gv 2,5).
Forse anche i discepoli, come Abramo, scesi dal monte, si chiesero se ciò che avevano vissuto fosse reale o solo un sogno, uno scherzo della mente, un miraggio, una fantasia.
In ogni caso continuarono a seguire il Maestro e ad ascoltare la sua parola, credendo alla realtà di ciò che avevano visto e udito.

 

L’esperienza del Tabor vissuta da Pietro Giacomo e Giovanni non è il privilegio che Dio concede solo a pochi eletti, ma il cammino spirituale di ogni discepolo di Gesù.
Esperienza di luce e di ombra, di voce e silenzio, di gioia e paura.

 

Gregorio di Nissa, meditando su questa pagina di Luca, scrive che ogni itinerario verso Dio inizia con una grande luminosità, prosegue come attraverso una nube, che da una parte è luminosa e dall’altra oscura ma, a mano a mano che ci si avvicina a Dio, ci s’imbatte in un’oscurità che si fa sempre più intensa fino a diventare caligine.
Ed è nel fondo di questa tenebra oscura in cui in realtà abita Dio.

 

Nemmeno a Gesù fu risparmiato l’ingresso in questa tenebra oscura.

 

La sera dell’Ultima Cena, prese con sé Pietro, a Giacomo e a Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: la mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate.
Nel buio del Getzemani, Gesù avrebbe desiderato che i suoi amici rimanessero con lui, ma quella notte non era bello essere lì e si addormentarono (Mc 14,32-41).

 

Nella tenebra oscura di quelle ultime ore Dio manifestò la sua Gloria, ma solo pochi rimasero con lui e in quel corpo sfigurato videro risplendere la luce.
La vigilia della festa di Pasqua, mentre nel tempio i leviti sacrificavano gli agnelli per la Pasqua, sulla cima del Golgota l’Agnello di Dio offriva la Sua vita per dare la vita al mondo.
Non con il sangue di animali, come con Abramo duemila anni prima, ma con il sangue del Figlio il Padre firmò un patto di alleanza unilaterale e incondizionata con l’umanità.

 

A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio (Lc 23,44).

 

Nella nube che avvolse la cima del Golgota quel pomeriggio, un uomo crocefisso alla destra di Gesù, udì una voce di sottile silenzio che diceva: Questi è il mio Figlio, l’eletto, ascoltalo.
L’uomo, prima di morire, vide il Regno di Dio che presto sarebbe diventato la sua casa.
Ascoltò Gesù e credette alla sua Parola quando gli disse: In verità io ti dico: oggi con me sarai nel Paradiso (Lc 23,422-43).

 

Quando Gesù, dopo avere consegnato il suo spirito nelle mani del Padre, spirò, anche il centurione che stava sotto la croce udì la voce del Padre e riconobbe in Gesù l’uomo giusto (Lc 23,46-47) e, come Abramo, anch’egli credette al Signore che glielo accreditò come giustizia.

 


L’autenticità della mistica, di ogni mistica sta proprio nell’incrocio delle due travi della croce. È in quel punto oscurissimo della croce, che noi abbiamo la possibilità, unica per ogni creatura, di sentire la voce che viene dal fondo del mistero di Dio e indica il Figlio Eletto come unica strada per incontrare il Padre.
(Innocenzo Gargano)