ERANO PASSATI QUARANT’ANNI
23 marzo 2025, III QUARESIMA C
(Es 3,1-8a.13-15; SI 103/102; 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9)

 

Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo (Es 3,3)

 

Erano passati quarant’anni da quando Mosè era fuggito dall’Egitto, con una taglia sulla testa per omicidio e nella testa il pensiero del suo popolo.
In terra di Madian si era rifatto una vita.
Aveva una moglie, due figlie e un lavoro (Es 2,15.21-22).
Si era – se così si può dire – sistemato o almeno così credeva.

 

Un giorno portò a pascolare il gregge del suocero oltre il deserto, dalle parti del monte di Dio, l’Oreb. Qui vide il roveto che bruciava senza consumarsi.
Invece di continuare per la sua strada pensò di avvicinarsi per osservare quel grande spettacolo, di fare un giro, come dice letteralmente il testo ebraico.
Vale a dire che Mosè fece un giro e si allontanò dal posto dov’era e dalla strada dove camminava per andare a vedere. Abbandonò la via della consuetudine per prendere una via insolita che lo portò a incontrare il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei suoi padri e del suo popolo.
E il suo Dio.
Dal roveto il Signore lo chiamò due volte per nome – Mosè, Mosè! – com’era accaduto ad Abramo quando Dio gli aveva chiesto di offrire in sacrificio il figlio Isacco (Gen 22,1).
E, come Abramo, anche Mosè diede la stessa risposta, immediata e incosciente.
Prima di sollevare le sue cinque obiezioni, disse: Eccomi.
Così, a ottant’anni la vita di Mosè prese un’altra direzione. Il Dio dei suoi padri gli chiedeva di fare un giro per andare a vedere non più un cespuglio che brucia e non si consuma, ma il suo popolo (di Dio e di Mosè) consumato dalla sofferenza.

 

Il Dio che si rivelò a Mosè quel giorno non è come gli idoli di argento e d’oro, opera delle mani dell’uomo, che hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non sentono (Sl 115,4-6).
E non hanno un cuore.

 

Il Santo Benedetto ha occhi e ha visto le disgrazie del suo popolo, ha orecchi e ha sentito il suo grido a causa della durezza dei suoi aguzzini, ha cuore e ha conosciuto la sua sofferenza.
Ma non ha mani e ha bisogno delle mani di Mosè il quale, dopo aver detto Eccomi senza pensarci due volte, sollevò non una ma cinque obiezioni.

 

Chi sono io per compiere questa impresa impossibile? (Es 3,11).
Chi sei Tu che mi mandi? Qual è il Tuo Nome? (Es 3,13).
Anche se vado non mi crederanno? (Es 4,1).
Non so parlare, sono balbuziente (Es 4,10).
E infine, dopo che il Signore ne aveva smontato le obiezioni, rifiutò l’incarico: Manda chi vuoi, ma non mandare me (Es 4,13).

 

I maestri dicono che a questo punto il Signore perse la pazienza e gli rispose: Taci! È così che ho concepito le cose!
E – insegnano sempre i maestri – questa sarà la risposta che il Signore darà a Mosè ogni volta che presenterà le sue dimissioni, stanco di portare sulle spalle un popolo dalla testa dura e di obbedire a un Dio che non riesce a comprendere.
Quindici secoli dopo, secolo più secolo meno, anche abba Antonio, nel deserto egiziano, volgendo lo sguardo all’abisso dei giudizi di Dio, chiese: O Signore, come mai alcuni muoiono giovani, altri vecchissimi? Perché alcuni sono poveri, e altri ricchi? Perché ci sono degli empi che sono ricchi e dei giusti che sono poveri? E giunse a lui una voce che disse: Antonio, bada a te stesso. Sono giudizi di Dio questi: non ti giova conoscerli.

 

Badate a voi stessi è la riposta che anche Gesù diede a coloro che lo interrogarono a proposito della strage di Galilei compiuta dai soldati di Pilato e del crollo della torre di Siloe che costò la vita a diciotto persone.
Badate a voi stessi (che è un modo meno elegante di dire convertitevi) perché, se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.
La risposta di Gesù non evita la domanda ma porta al cuore della questione.
Lo sdegno o la pietà sono sentimenti sterili se non interpellano la vita di chi rimane, se non mettono in moto un cammino di conversione.

 

Quando incontrò il Dio dei suoi padri Mosè non tirò diritto di fronte al roveto che bruciava senza consumarsi, ma fece un giro e si lasciò interrogare da ciò che vedeva.

 

Un tragico fatto di cronaca, un contrattempo diventano luogo d’incontro con un Dio, un suolo santo, quando invece di interrogare ci si lascia interrogare, invece di parlare ci si ferma ad ascoltare.

 

Taci! Sembra essere la risposta di Dio a molte delle nostre obiezioni.
Taci perché i miei pensieri non sono i tuoi pensieri, le mie vie non sono le tue vie (Is 55,8).
Taci che significa: fa silenzio, non sprecare parole ma entra nella tua camera e, chiusa la porta, ascolta il Padre Tuo che parla e vede nel segreto (Mt 6,6-7).

 

Taci! È così che Dio ha concepito le cose.

 

Ed è così, con la croce, che Dio ha deciso di portare a termine una storia di alleanza iniziata con Abramo e ripresa da Mosè.

 

La croce è un roveto che brucia senza consumarsi.
È un albero secco che dopo tre giorni ha iniziato a fruttificare.
Il Golgota è un crocevia, un punto di domanda che interroga e scandalizza.  

 

Di fronte allo spettacolo della croce (Lc 23,48) molti voltarono le spalle e se ne andarono.
Altri invece, come Mosè, fecero un giro, si allontanarono dal posto dov’erano e presero una via insolita che li portò a incontrare il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe e il Dio di Mosè.

 

Tra questi, l’uomo crocefisso alla destra di Gesù e il centurione che stava sotto la croce. (Lc 23,40-43.47).

 

Per loro quel luogo sul quale stavano divenne suolo santo e, di fronte al Dio di Gesù, si tolsero i sandali e si coprirono il volto.

 


Perché Dio sceglie come luogo per manifestarsi un roveto? si chiedono i maestri.
Non c’è luogo sulla terra in cui Dio non sia presente, neppure se è misero e piccolo come un roveto.