RACCONTA IL MIDRASH
30 marzo 2025, IV QUARESIMA C
(Gs 5,9a.10-12; SI 34/33; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32)

 

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò (Lc 15,20)

 

Racconta il Midrash che Dio, creando il mondo, aveva intenzione di governarlo con rigorosa giustizia. Ma presto si rese conto che se così fosse stato il mondo non l’avrebbe sopportato. Così il Santo benedetto decise che, senza dimenticare la giustizia, avrebbe dato la precedenza alla divina misericordia.

 

Fin dall’inizio, dalle tuniche con le quali il Signore ricoprì la nudità di Adamo ed Eva prima che affrontassero il mondo freddo e ostile che avrebbero trovato fuori del giardino di Eden, (Gen 3,21), al segno dell’arcobaleno che pose nel cielo quando si pentì di avere mandato il diluvio per distruggere un’umanità malvagia (Gen 9,8-13), la storia dell’alleanza è una storia di misericordia.
Dio non ha piacere della morte del malvagio, ma desidera che desista dalla sua condotta e viva (Ez 18,23).
E vivere significa tornare a casa.

 

I figli di Israele tornarono a casa dopo quattrocento anni di schiavitù e quarant’anni di peregrinazioni nel deserto.
Prima di partire da quel luogo di oppressione e di schiavitù in terra d’Egitto, avevano celebrato la Pasqua.
Quarant’anni dopo, appena entrati nella terra promessa, dopo essersi accampati in Galgala, per prima cosa prepararono la celebrazione della Pasqua.
Erano a casa e bisognava far festa e rallegrarsi perché erano passati dalla morte alla vita, erano perduti e Dio li ha accompagnati perché ritrovassero la strada di casa.

 

Perché il popolo non dimenticasse che di quella terra non erano i padroni, il Signore comandò che ogni cinquant’anni si celebrasse il Giubileo, l’anno di grazia del Signore.

 

Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Ognuno di voi tornerà (è il verbo della conversione) nella sua proprietà e nella sua famiglia (Lv 25,10).

 

L’anno di grazia consiste nel tornare a casa, nel rientrare in possesso di ciò che si era perduto, nel ritrovare la libertà che la schiavitù aveva sottratto.
In quell’anno gli abitanti della terra di Israele saranno liberati da ogni forma di schiavitù. Perfino la terra sarà libera di produrre spontaneamente i suoi frutti, senza essere coltivata dal lavoro dell’uomo. Il Signore provvederà perché produca frutti per tre anni (Lv 25,18-22). L’anno di grazia è un tempo garantito da Dio che provvede il cibo a tempo opportuno, che apre la sua mano e sazia il desiderio di ogni vivente (Sl 144/143,15-16); è un tempo durante il quale l’uomo può fare esperienza della provvidenza di Dio, della sua grazia.

 

Ciò che è decisivo nella vita non si decide quando siamo noi a provvedere a noi stessi, ma quando facciamo esperienza di gratuità, l’esperienza di un Altro che si prende cura di noi.

 

Ciò che veramente conta che ci fa vivere e non sopravvivere non è il necessario ma il gratuito.
Il figlio minore della parabola, allontanandosi da casa, inseguì l’illusione di una libertà che si può comprare con il denaro.
Ma il denaro finisce in fretta e quando finisce gli amici scompaiono.
Così il ragazzo si trovò solo, in balia di un padrone che non lo pagava e di una mandria di maiali che non avevano alcuna intenzione di condividere il cibo con lui.

 

Non ci può essere libertà lontano da casa.

 

Tuttavia nemmeno rimanere in casa significa essere liberi.
Come dimostra il figlio maggiore che, in quella casa, è vissuto da schiavo.
Non mi hai dato mai…, dice al padre il figlio che non conosce né festa né gloria, non gode di vedersi tanto dolcemente amato dal padre (Sergio Quinzio).
Era tutto suo e non se ne rendeva conto.

 

Il ritorno a casa del fratello scatenò il lui una rabbia a lungo repressa che lo rese cieco e incapace di comprendere che, lontano da casa, il fratello (il figlio di suo padre, come lo chiama lui) non ha sperperato cose ma anni di vita e ha trovato la morte.
Ha patito gli insulti più brucianti: allevare maiali impuri per i goìm e invidiare le loro ghiande. La gioia che alla fine dà Dio non ricompensa il merito, ma consola il dolore, glorifica l’umiliazione (Sergio Quinzio).

 

C’è un profeta biblico che assomiglia al fratello maggiore.
È quel tragico buffone di Giona che invece di gioire per la conversione della città di Ninive se la prende con Dio perché è troppo tenero con chi non merita nulla.
Il piccolo libro termina con una domanda che Dio pone al profeta: Tu hai pietà per quella pianta di ricino, per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita! E io non dovrei avere pietà di Ninive, quella grande città, nella quale vi sono più di centoventimila persone che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali? (Gio 4,11).

 

Non sappiamo se Giona si sia arreso alla politica misericordiosa del Signore.
Come non sappiamo se il figlio maggiore abbia accettato di festeggiare il ritorno del fratello e sia rientrato in casa.

 

La domanda che chiude il libro di Giona e le parole che chiudono la parabola esigono da noi una risposta.

 

A Nàzaret Gesù aveva iniziato la vita pubblica proclamando un anno di grazia del Signore per i poveri e i prigionieri, per i ciechi e gli oppressi (Lc 4,18-21).
Quell’anno di grazia, quel Giubileo, il Signore lo portò a compimento sul Golgota, tre anni dopo (Gv 19,30).

 

Dall’alto della croce Gesù vide un figlio che desiderava tornare a casa dopo avere sperperato gli anni della sua vita e ne ebbe compassione (Lc 23,40-43).
Subito gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.
Presto – gli disse – ecco il vestito più bello, l’anello al dito e i sandali per i tuoi piedi piagati.
Oggi vi sarà gioia in cielo (Lc 15,7) e si farà festa per te perché eri morto e sei tornato in vita, ti eri perduto e hai ritrovato la strada di casa.

 


La grazia, lo so, somiglia molto all’amore e non la puoi meritare. È liberamente data, senza ragione né equità. Cosa potresti fare per meritarla? Cosa?
(Cormac McCarthy, Il tagliapietre)